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Turchia: la geometria variabile del network

Turkey-twitterj«Pensi davvero che il blackout imposto a Twitter da Tayyip ci abbia messo fuori gioco?» K. quasi si fa scherno di me quando gli domando quali siano state le conseguenze del blocco di Twitter e YouTube voluto da Erdoğan nei giorni che hanno preceduto le elezioni amministrative del 30 marzo in Turchia. Una mossa che secondo molti aveva l’obiettivo di impedire la diffusione di alcune intercettazioni circolate sui social media, che mettevano in luce il diretto coinvolgimento del primo ministro in diversi episodi di corruzione governativa. «Stronzate» è il suo commento lapidario «chiunque in Turchia era a conoscenza di quei leak al momento del blocco».

K. ha poco più di trent’anni e dopo aver girovagato a lungo per l’Europa è tornato ad Istanbul quando Gezi Park è esplosa lo scorso giugno. Scambio alcune battute con lui davanti alla webcam e mi rendo subito conto di non avere a che fare con un hacker né con un techie (cioè una persona particolarmente incline all’uso delle tecnologie digitali). Eppure, spiega K., per lui utilizzare un proxy o altri sistemi per aggirare la censura in rete «è come mettere i calzini quando mi sveglio la mattina. Ogni settimana un nuovo sito viene reso inaccessibile. E ogni settimana cambio la configurazione del mio computer, navigo senza troppi problemi e mi faccio una bella risata alla faccia dell’AKP (il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo che guida la Turchia da 12 anni, nda)». Continue reading